Com’è possibile?

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Ho visto Suffragette. Un film bello, duro.
Non saprei dire stilisticamente, potevano pure fare una sequenza di diapositive in bianco e nero con didascalia, per quanto mi riguarda.

Ho pianto durante il film, ma non per militanza. è che diventare madre ti sfrantuma corazze che neanche avevi pensato a mettere su.
Se in gravidanza piangi per la Pausini, come minimo ti commuovi se a una donna portano via il figlio e lei non può fare niente, perché “il figlio è mio, questa è la legge”.

Bello il film, ho ritrovato dentro molto di me, anche se in una lotta (sacrosanta) che ha una prospettiva diversa dalla mia.
Ma non so definire il sentimento che ho provato alla fine, è un po’ misto. Un po’ di quello che mi aspettavo: rabbia, gratitudine, tristezza, ma non solo.

Mi sono resa conto che, nonostante tutto, non ho mai avuto nostalgia dei tempi del grande movimento delle donne. Un periodo entusiasmante per certi versi, ma in un contesto in cui le condizioni per le donne erano difficili e deprimenti. Io già trovo insopportabili certi solidi residui di patriarcato adesso, figuriamoci.

Ora, di cose da dire ovviamente ce ne sarebbero. Un po’ ce le siamo dette io e gio’, un po’ no, perché non avevamo molta voglia di parlarne.
Un po’ non c’ho dormito la notte.

Ci sono due passaggi del film che sono due punti chiave:

Lo scambio di Maud col marito:
“Se avessimo avuto una figlia, che vita avrebbe avuto?”
“La tua”
A volte la molla è l’ingiustizia che tu puoi sopportare, ma non puoi sopportare che sia il destino di un’altra, e un’altra e un’altra ancora.

L’altro passaggio è quando il marito dà in adozione il figlio. a quel punto non hai più niente da perdere.
Ma la verità è che queste donne avevano tutto da perdere e lo perdevano.

Anche per questo non c’ho dormito la notte, perché io col cavolo che metto a rischio mio figlio. E perché anche io mi sono chiesta “e se avessi avuto una figlia?”

“Ognuna di noi ha nella sua esperienza privata la dose di sdegno, di compassione e di intransigenza sufficiente a trovare soluzioni più fantasiose” scriveva Carla Lonzi.
Quelle donne certamente ce l’avevano, molte altre dopo di loro anche (“miriadi di passi. sono quelli che ti seguiranno”). E noi?

Grazie a loro, per certi versi no. Non abbiamo ricevuto in destino la vita terribile di migliaia di donne prima di noi. La mia vita non è alla stesse condizioni di quelle di mia madre, che già non è alle condizioni di quella di sua madre.
Ma per molte donne la vita continua ad essere terribile, fatale, se non suonasse ironico dirlo. E non solo per differenze sociali, economiche, culturali. Ma per la differenza sessuale.
E per molte di noi, alcuni momenti della vita continuano ad essere un percorso ad ostacoli, un campo minato, per lo stesso motivo.

E allora com’è possibile che abbiamo abbassato di molto la mira? Ci siamo accomodate? Ci stiamo accontentando?

Ma soprattutto, com’è possibile che una donna che stimo, colta, che ha sicuramente “nella sua esperienza privata la dose di sdegno, di compassione e di intransigenza sufficiente” abbia visto mezzo film e l’abbia trovato noioso, poco appassionante, niente di che rispetto ad altri?