dei ricordi d’infanzia, le epifanie di joyce o le madeleine di proust?, i fumetti, lo sharing, la proprietà privata e lo zen, l’educazione.
ovvero un post in cui il titolo è più lungo del resto, forse.

ero ferma ad un semaforo sull’ostiense, il solito. mi guardo attorno e per la prima volta mi accorgo che tra andreotti (il bar, non quell’altro) e il negozio di scarpe c’è un minuscolo, logoro locale in cui si compravendono fumetti. com’è possibile che non me ne sia mai accorta? eppure ci passo quasi una volta al giorno qui davanti. poi, osservandolo, mi viene in mente di quando con papà andavamo in un posto dall’aspetto molto simile di fronte alla Madonna, a riconsegnare i fumetti letti e a prendere di "nuovi". un flusso continuo di geppo, braccio di ferro e topolino sfogliati e scelti con tutta la calma del mondo. mi viene in mente come un ricordo normale, ma poi penso che tanto normale non è.

primo perchè non è che sia un’esperienza comune, come il primo giorno di scuola (che poi i miei, di primi giorni di scuola, tutto un programma!). e intanto mi stupisco di come la memoria registri eventi in base alle emozioni, e poi caso mai li rileggi filtrandole in base alle esperienze degli altri. ovvero, quella era la mia normalità, e come tale ritorna. come le vacanze di natale passate sulle petroliere.

secondo perchè questo ricordo se ne tira dietro un altro, insieme ad una riflessione. i miei genitori non mi hanno mai fatto la lezioncina sull’avere o essere (per sintetizzare), ma me l’hanno passato con/come la norma della quotidianità. niente ricatti basati sui sensi di colpa "finisci di mangiare, pensa ai bambini africani che non hanno niente da mangiare" (ma perchè se io mangio di più, loro hanno meno fame?), niente privazioni forzate, che poi non vedi l’ora di avere due lire in tasca per comprare quanto di più inutile tu possa trovare.

c’era il giorno in cui si svuotava la scatola dei giocattoli e quelli che non ci interessavano più li portavamo all’ospizio dei poveri, per gli orfani.
non si accumulava carta a prendere polvere sulle mensole. i libri facevano eccezione.

le bustine di figurine si compravano centellinate ed ogni volta era una figata, mica come i miei compagni di scuola che c’avevano tutto il pacco dell’edicolante a casa e quando volevano si andavano ad aprire le bustine! eppoi i doppioni si scambiavano e ce li si giocava a "pah!"

non sempre, ma spesso, le magliette arrivavano dai cugini, e allora intanto si studiava il guardaroba di tutti per vedere se c’era qualcosa di interessante, eppoi si sperava in una rapida, sana e robusta crescita (io, poi, ero l’ultima della serie: avoja aspettare!)
niente regali fuori tempo: c’erano i morti, natale e compleanno. e basta. ma quei tre erano una superoccasione!
ecc.

pensavo che il poco attaccamento alle cose materiali mi venisse dallo zen, mi sono accorta invece di aver soltanto ritrovato quello che avevo imparato per osservazione ed osmosi. 

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