Attìa nica.

“Attìa t’addare na pista ri lignate!”

Così invariabilmente mi accoglieva mia nonna. Prima ancora della saggezza cinese e di quella biblica, mia nonna mi ha rivelato la mia condizione esistenziale. Aveva ragione: ero colpevole, quanto meno di non andarla a trovare abbastanza spesso. Altrettanto invariabilmente mi salutava con sette-otto baci per guancia, insegnandomi che davanti all’amore incondizionato la colpa è nulla.

Sarebbero due insegnamenti sufficienti a portare avanti un’esistenza intera, ma mia nonna non ha lesinato lezioni.

Mi ha insegnato ad esempio che l’amore, quello che dura una vita, esiste. Che si può e si deve volerlo (lei che alla fine degli anni ’30 ha mollato un fidanzato ufficiale perché le avrebbe fatto fare “malavita”), che si costruisce giorno per giorno. E che alla fine sbaraglia le coordinate: “finché morti non vi separi”, a vederla dalla loro prospettiva, sembra un’inutile scadenza da dilettanti. Si sono amati ben oltre la dura separazione della morte (la foto del nonno in ogni stanza della casa anche in bagno, le visite al cimitero, le chiacchierate con il nonno “quando vuoi mi chiami”, il nero portato per il resto della sua vita consapevole, senza alcuna esitazione, anzi). La zia Nela dice che dopo 18 anni si è stufata ed è andata a passare il sanvalentino con suo marito.

Mi ha insegnato l’importanza del cibo attorno al quale si tessono le relazioni: i natali tutti insieme, i piatti differenziati per chi è a dieta e per chi non mangia questo o quello, il piatto in più sempre pronto per chi si accoglie all’ultimo minuto. Ovviamente gran parte dei ricordi che ho di lei hanno a che fare con il cibo e con la cucina – luogo fisico in cui si passava il tempo, preparando, rassettando (con il nonno che asciugava i piatti e si addormentava davanti alle telenovelas) e raccontando. Mi ricordo le bottigliette d’acqua con il tappo di carta (e non bere prima di pranzo che ti rovini l’appetito), la radio da cui sentiva il nonno quando era in porto, le caramelle alla menta, le gare a chi trovava più pinoli nelle lasagne.

 

Ha avuto 5 figli e 13 nipoti – quel che si dice “moltiplicarsi” – ed è stata senza dubbio la colonna portante di questa famiglia. Avrebbe voluto diventare “sbinnonna”, non so quanto abbia avuto modo di gioire dei suoi 6 bisnipoti. Quando mi dichiaravo contraria al matrimonio, mi prometteva di cucirmi lei l’abito da sposa pur di farmi cambiare idea.

Una vita, un amore, una famiglia.

Non avrebbe potuto darci niente di più, niente di meglio.

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