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“Il pane non si butta” dice Andrea con quella sua aria che non capisci mai se scherza o dice sul serio, come mia madre che però ce l’ha per dote naturale involontaria. “Se si butta bisogna dargli un bacio e farsi il segno della croce”. Andrea è di quelli che dice queste cose serio, perché a lui di Gesù importa poco (sebbene non sia vero il contrario), ma sa che dimenticare la dimensione simbolica dell’esistenza è un’indebita riduzione del patrimonio comune. Non solo bene, proprio patrimonio.
Questi tempi di crisi, che vivo incuriosita dal fatto che la mia condizione sui generis sta rapidamente diventando la norma e non per questo ne sono felice, mi portano a riflessioni un po’ ai margini che però, per effetto prospettico te li ritrovi al centro del sistema. Il pane.

Il pane non si butta perché è uno spreco, perché bisognerebbe imparare a prenderne quanto serve, e non di più. E possibilmente prenderne che duri, non come la baguette che non arriva neanche alla cassa.

Il pane adesso si butta perché è superfluo. Quando invece il pane è proprio il necessario, il minimo indispensabile. Pane e vino sono l’essenziale e il di più della festa, al contrario di pane e acqua, che è proprio l’esistenza ridotta ad eterni giorni feriali.

Il pane è quello che dà il nome alla compagnia, che sono per l’appunto quelli che con te condividono le gioie e le fatiche di ogni giorno.

dovremmo ricominciare a dire pane al pane, dare alle cose il proprio nome e riprendere le misure, mi dico.

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