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Sono scivolata anch’io nell’affermazione identitaria che sembra l’ansia di questo tempo. Ho un giustificazione: sono stata sradicata. Ci si può espandere ingenuamente quando l’identità è così al sicuro da fingersi neutra.

Per lungo tempo sono stata indecisa tra la superficie e la profondità: troppe cose da sàpere e sapére, troppo poco tempo per andare a fondo a tutte. Una sola ti richiede l’esistenza.

Poi ho incontrato il mio femminismo ed è cominciato il carotaggio. Poi la fede.
Sebbene siano giunte come novità, e radicali, mi è sembrato più di ritrovarle.
Ho l’impressione che siano due radici che trivellano vertiginosamente verso il basso, forse verso il centro.

Una cena sbagliata, un’occasione inaspettata, mi ha confermata su questi due puntelli e me li ha resi di nuovo limpidi.
Uno è l’ordine simbolico di mia madre: c’è forse un modo più immediato per nominarlo, ma non ce n’è uno altrettanto preciso.
L’altro è la mia alleanza con Dio.

Stanotte affonda o riaffiora il terzo. Sono siciliana.

Riprendo tra le mani un libro comprato ai tempi in cui passavo il tempo in libreria, iniziato e abbandonato sette anni fa (il solito biglietto usato come segnalibro fa da epigrafe).
Mi si fa chiara una cosa che sapevo già: gli stranieri in Sicilia interpretano tutto e capiscono poco.

Il gattopardo è insuperato.
Mi manca Ilaria.

I pensieri – dopo così tanto tempo da sorprendermi: non me lo ricordavo neanche più ed è davvero incredibile – ritornano a fluire come frasi scritte e si impongono con quella fastidiosa necessità per cui c’è solo un modo per liberarmene.
Non ho mai capito chi parlava della scrittura come qualcosa di piacevole.

Non credo che tornerò a sognare idrocolloidi sui denti, per il momento.

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