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(riflessioni identitarie #2)

Non ho fatto in tempo a ricordarmi di essere siciliana che.

Per lungo tempo il pensiero che mio figlio (in un ipotetico futuro lontano) avrebbe potuto apostrofarmi “a ma’!” mi ispirava fantasie repressive.
Sono rimasta sorpresa di conseguenza della serenità con cui, qualche giorno fa – ripensando al meraviglioso, marcatissimo accento siciliano della figlia di un amico a cui tengo molto – ho constatato tra me e me: “un figlio siciliano mi sarebbe estraneo”.

Non sono romana.
Ma Roma m’ha conquistata lentamente con l’odore dei gelsomini che scoppia all’improvviso a tarda primavera, i tramonti sul tevere da ponte Garibaldi, le ottobrate e certi sapori (i trapizzini e la pizza di Bonci).
M’ha fregato attraverso i sensi, e forse non c’era altro modo.

Non m’ha mai affascinato, invece, la retorica del caput mundi e della “maggica” (ok, solo un pochino forse, ma di riflesso).

Sono orgogliosa di non poter vantare l’H501, ma sono contenta che potrebbe forse un giorno farlo mio figlio.

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