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C’è un momento, nella lettura per studio, in cui ti imbatti in delle parole che ti fanno esultare: “esatto! esatto!”.
è da lì che nasce il piacere dello studio stesso, la voglia di continuare a farlo.
non so se vale solo per il tipo di studio che mi è più familiare e ormai quasi esclusivo, che è quello che ha a che fare con il lavoro del pensiero, o anche per gli altri tipi di studio.
so che per me è all’origine, e tiene dentro anche lo stupore di cui parla Aristotele come origine della filosofia stessa, anche se secondo me lui c’aveva in mente un altro stupore, non quello del riconoscimento, ma a me questo non importa.
a me importa che all’origine del desiderio e del piacere dello studio c’è il riconoscimento che almeno un altro la pensa come te e ha trovato parole per dirti, che forse ti mancavano, o non erano così precise.
è un’esperienza che associo ai tempi del liceo, inteso proprio come periodo, non come contesto, quando ho scoperto la filosofia e il pensiero in libri di testo ma soprattutto in altri libri, anche di letteratura, di poesia.
s’è poi un po’ persa nell’impatto con i testi universitari, letti per essere restituiti nelle parole richieste, e ritrovata nei testi – universitari anch’essi, ma per infiltrazione – delle pensatrici.
s’è un po’ persa anche perché ad un certo punto il pensiero accademico diventa competitivo e il punto è se è già stato detto o meno.
e invece quell’esperienza lì, quella del desiderio e del piacere e dello stupore e della riconoscenza anche, è proprio l’opposto.

ne scrivo perché è accaduto ancora una volta, ed è quasi come un’epifania di un ricordo d’infanzia. Lo devo ad Ivana Ceresa, e ai suoi scritti sulla Sororità raccolti in Mie carissime sorelle.
in questi momenti mi ricordo il perché delle scelte degli ultimi dieci anni, degli sprechi del presente e dei desideri per tutti gli anni a venire.

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