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capita anche, studiando, di imbattersi in libri così, in cui non trovi quello che ti aspettavi ma decisamente altro, e ti innamori.
capita che alla terza pagina, ormai già conquistata, ti rammarichi che tra altre 283 questo libro finirà.
che ti chiedi, come è d’obbligo all’inizio di un innamoramento: “dove sei stata finora? come ho fatto senza? e perché nessuno mi ha detto di te?” (non è vero, me l’avevano detto, ma io non immaginavo!)

una parola, dopo l’altra, perfette. un inanellarsi di frasi che ti travolgono e dove ti trovi alla fine non immaginavi all’inizio, e non sai se sei più sorpresa del contenuto o del modo in cui t’ha portata.

La prima radice, di Simone Weil.
già il titolo, e la carta e l’immagine in copertina e lei.
(ché quando ti innamori, il colore degli occhi conta tanto quanto quello che rivelano o nascondono o ti fanno immaginare.)
poi l’audacia! delle frasi che io non avrei il coraggio di dire, se anche arrivassi a pensarle. e in questo è immediatamente maestra.
il rigore. che è paragonabile per me solo al trattato logico-filosofico di wittgenstein, ma con la pregnanza della vita, dentro. un capolavoro, anche solo a pensarlo, figuriamoci riuscirci.
e l’autorevolezza di una che quello che scrive lo sa, non solo lo pensa.

esempio:

Parte prima
Le esigenze dell’anima
(…)
La verità
(…)
Ci sono uomini che lavorano otto ore al giorno e che, di sera, compiono l’enorme sforzo di leggere per istruirsi. Non possono concedersi il lusso di effettuare ricerche e verifiche nelle grandi biblioteche. Al libro che leggono, essi prestano fede. Non abbiamo il diritto di nutrirli di menzogne.

basterebbe questo.

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