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sono tornata da Budapest da qualche giorno (due. solo due giorni, ma sembrano molti di più). mentre uno dei miei compagni di viaggio continuava a dire “che bello!”, tanto da essere preso anche un po’ in giro, io dicevo e pensavo un po’ più sommessamente “veniamo a vivere qui”.
c’era anche un bel clima mite, e questa è un’informazione fondamentale dal momento che anni fa ho segnato al di sotto di Forlì il parallelo da non superare mai (più) a causa dell’incompatibilità con il cielo bianco sporco a oltranza.
nessuna perplessità invece per l’impossibile lingua ugrofinnica. il magiaro è un meraviglioso susseguirsi di suoni in cui è perfino difficile capire dove finisce una frase e ne inizia un’altra, con un sacco di consonanti (ma lontano anni luce dalla durezza del tedesco).
ad ogni modo. una sensazione m’ha preso gironzolando per Budapest e m’è rimasta anche al ritorno. una sensazione familiare, che però c’ho messo un po’ a riconoscerla.
vediamo se mi riesce di spiegarla.

è la sensazione che una parte della mia mente – ma individuarla solo nella mente è riduttivo, diciamo pure una parte di me – si liberi, facendo spazio ad altro: energie, progetti, immaginazione.
c’è uno spazio permanentemente occupato dentro di me da un insieme di frasi sentite troppe volte e dati di fatto: “sì, sarebbe bello, ma…”, la burocrazia (che non si sa bene che cosa significa e a maggior ragione è inquietante, anche perché quando ti ci imbatti lo capisci bene cos’è), la paura, la mole di conflitto con il mondo intero verso cui andrei se solo ci provassi, ogni singolo passaggio che in questo paese, semplicemente, per un motivo o per un altro, non funziona.
un macigno che smorza l’entusiasmo e ridimensiona i desideri.
ho pensato negli anni un milione di cose che mi sarebbe piaciuto fare. ma la maggior parte le ho accantonate perché non mi va di affrontare tutto quello che comporterebbe provarci e alla bellezza della vita quotidiana ci tengo tanto quanto alla bellezza dei miei sogni. devono stare insieme, o niente.

ecco, a volte, all’estero per lo più, ho la sensazione che questo spazio occupato cominci a respirare leggerezza. e solo un paio di persone sanno quanto conta davvero, per me, la leggerezza.
non è solo l’effetto erasmus, né tantomeno la sfumatura di verde dell’erba del vicino.
a valladolid ho scoperto che si può essere seri e competenti nel lavoro, senza smettere di essere festaioli. e viceversa.
a zurigo ho provato per la prima volta in maniera assoluta che cosa vuol dire che le cose funzionano come previsto, senza che tu debba spingere perché lo facciano. i proverbiali svizzeri.
a londra ho visto la bellezza nelle cose piccole e il mondo che se ne va in giro per le sue strade.
e sono tutte città dove non vivrei, e non dimentico i contro di certi paesi.
ma ogni volta ho provato quella sensazione di possibilità.
sì, anche qui è possibile fare (quasi) tutto, ma solo se sei un eroe (essere un’eroina potrebbe non essere sufficiente).

a budapest ho chiacchierato con Sàri, 28 anni, sposata con due figli piccoli. Da tre anni è in maternità, perché lì la maternità dura due anni. Mi dice che è bello e faticoso prendersi cura dei figli, ma che adesso vuole tornare a lavorare. “Sicuramente qualche cosa troverò” mi dice.
e io ho un’enorme voglia di andare a vivere a Budapest.

soffia...

soffia…

 

ah, le piste ciclabili sono ovunque tranne che a roma. sapevatelo.

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