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per un paio d’anni ho avuto un abbonamento a Marie Claire. trovo la maggior parte degli articoli interessanti, ma mi annoiano i servizi di moda e le pubblicità, che trasformano la rivista in un mattoncino scomodo, soprattutto in alcuni periodi dell’anno, in corrispondenza delle sfilate e delle stagioni.
quindi stacco le pagine che mi interessano e butto via il resto.

sto facendo lo stesso lavoro con una pila di Internazionale ereditati qualche tempo fa. non che abbiano incomprensibili servizi fotografici, ma sono numeri ormai datati.
ci sono articoli che, tutta la buona volontà, non leggerò mai.
ci sono tra le migliori recensioni di cinema, musica e libri, ma tanto poi non ho tempo e costanza di andarmeli a cercare.
ci sono parti del mondo che mi interessano relativamente, è un po’ brutto da dire ma è così.

a tal proposito stamattina mi sono resa conto di una cosa banale: nella mia personalissima ed arbitraria selezione di ciò che mi interessa, ci sono geografie che sono entrate nella mia attenzione per le persone che ho incontrato. Tengo Budapest e l’Ungheria per Sari, il Vietnam per Alessandra, la Serbia per Sonja, l’Argentina per Mariano, l’India per la famiglia Pandei, e così via.

se viaggiassimo di più – non voglio fare la snob, ma viaggiare per conoscere, non solo per vacanza, ovvero per vuoti o per far vuoto – se facessimo più esperienze di studio o di lavoro in giro per il mondo, se ascoltassimo di più, forse saremmo più consapevoli delle nostre piccolezze, per dirla in una parola sola.

se avessimo a cuore persone sparse in giro per il mondo avremmo più a cuore il mondo stesso.

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