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“Tu lo sai che si può non pensare?”
“Sì, lo so. Ma non so come si fa.”
Quando io e la mia psicoterapeuta abbiamo avuto questo scambio ho capito che lei aveva capito.

Mi è tornato in mente, insieme a questa frase di Carla Lonzi:
“La maternità è il momento in cui, ripercorrendo le tappe iniziali della vita in simbiosi emotiva con il figlio, la donna si disaccultura. Essa vede il mondo come un prodotto estraneo alle esigenze primarie dell’esistenza che lei vive. La maternità è il suo “viaggio”. La coscienza della donna si volge spontaneamente all’indietro, alle origini della vita e si interroga”.
Devo ammettere che è una frase che penso di non aver mai capito fino in fondo.

Mancano ormai una decina di giorni al termine della gravidanza (ovviamente secondo calcoli standard che il corpo fortunamente ignora e fa come gli pare).
Dando un’occhiata indietro ho preso atto del fatto che io, di questa gravidanza, non so che pensare.
Certo, ho pensato un sacco di cose in questi mesi, ma non saprei tirare fuori una frase come quella di Carla Lonzi, non saprei fare un’affermazione che sia una conclusione teorica.
Non ho saputo e non so fare pensiero di questa esperienza.
Non lo dico con rammarico, lo dico stupita.

È di gran lunga l’esperienza più fisica che sto vivendo (e non oso immaginare il parto…).

Pensavo di avere poca familiarità con il mio corpo: ho scoperto di conoscerne inconsciamente misure e capacità al millimetro. L’ho scoperto perché ogni giorno di questa gravidanza me le ha fatte saltare.

Sempre la stessa psicoterapeuta mi disse abbastanza presto “sei come una bambina con un corpo piccolo che porta appressa una testa enorme” (anche lì, ho capito che aveva capito). Questa esperienza è esattamente il contrario: è il corpo che fa tutto, e io non ho la minima idea di come faccia. È stato piuttosto evidente quasi da subito che il corpo ha preso il sopravvento, e tutto il resto si va adattando di conseguenza. (E ne sono contenta, anche).

È già abbastanza impressionante tutta la faccenda dell’essere due in uno, ma, per quanto sia una domanda non particolarmente intelligente, continuo a chiedermi: “ma come fa il mio corpo a sapere come fare un maschio?”

Ora che sono quasi giunta al termine, comincio ad avere nostalgia del mio corpo. Non spero di tornare a com’era prima: la gravidanza non è una parentesi. (ecco, questa è una frase da pensiero dell’esperienza.)
Ma mi mancano cose banali come dormire a pancia in giù, prendere un caffè senza doverlo correggere col Maalox…

Mi manca essere in me.

Con tutto l’amore del mondo, non vedo l’ora di tornare ad essere una, e di essere due nel mondo, ma non insieme.

Questa esperienza mi ha fatto innamorare del mio corpo.
Tancredi, non sei ancora nato e mi hai fatto un regalo impagabile.
Ed è solo l’inizio.

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